Arriva uno dalle idee cattoliberali e la polemica continua. Si notino le caricature sui cattolici tradizionali:
Gentile dott. Valli,
ho letto il commento di Mons. Viganò [qui] sulle parole del Santo Padre a Parigi che lei ha pubblicato.
Insomma, secondo i paladini della tradizione, il papa sarebbe dovuto andare a dire nella capitale francese che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non dovrebbe “aprire ad ogni culto” ma solo alla vera religione, che la dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza, fraternità sono parole massoniche e che non possono trovare la loro ispirazione ultima nel Vangelo.
Non è bastato al mondo tradizionalista vedere nel cuore rivoluzionario di Parigi 800 mila persone partecipare devote alla Santa Messa, allo stadio Saint Denis 80 mila giovani cantare in latino la Salve Regina, frotte di sacerdoti confessare in strada (come non si vedeva da tempo), nel Palazzo dell’Eliseo ascoltare dal Santo Padre la difesa del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto umano e la condanna alla maternità surrogata, tutto questo in faccia ad uno sciagurato Presidente che ha voluto inserire il diritto all’aborto in Costituzione.
Io non possiedo certo la cultura di Mons. Viganò ma credo che un conto sia difendere la tradizione, altro arroccarsi su posizioni preconcette, pretendere autoreferenziali prese di posizione che ci pongono fuori dalla realtà e contro il buon senso [il buon senso e la realtà li fa la Storia diceva Hegel], negare il giusto sforzo – doveroso per la Chiesa di ogni tempo – di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia [come appunto dicevo] di un popolo, ciò che non significa rinnegare il Vangelo di Cristo e compromettersi con lo spirito del tempo.
Il Santo Padre deve annunciare Cristo all’uomo moderno, rispettandone la sensibilità e la capacità di comprensione, senza porsi necessariamente in difesa attraverso parole di lapidaria condanna che avrebbero come unico effetto quello di restare non capite e di disperdere il gregge.
Invito con tutto il cuore coloro che amano veramente la Chiesa a lavorare per la sua unità, evitando tutto ciò che possa lacerare la tunica inconsutile del Signore [un buon modo per farlo è abolire Messe millenarie, sbaglio?]; e preghiamo coesi per i frutti duraturi di questo straordinario viaggio apostolico in Francia in cui abbiamo toccato con mano la grazia di Dio che converte il cuore dell’uomo, nonostante le nostre insufficienze.
È una nostra precisa responsabilità davanti a Dio: e lo è – a maggior ragione – per chi crede che la tradizione sia una fonte perenne della vita della Chiesa in una dinamica sempre nuova.
Con stima,
Pietro Piciocchi
Piciocchi, chi era costui? Non saprei. Risponde Valli:
Gentile Piciocchi,
sarei curioso di sapere che cosa avrebbero pensato del discorso di Leone XIV le sedici suore carmelitane che il 17 luglio 1794 furono condotte per le strade di Parigi e poi alla ghigliottina. Undici monache, due converse, due suore esterne e una novizia, guidate dalla priora madre Teresa di Sant’Agostino, furono mandate a morte con l’accusa di complotto contro la Repubblica per aver rifiutato di rinunciare ai propri voti religiosi dopo la messa al bando della vita monastica. Durante il tragitto verso l’attuale Place de la Nation non mostrarono segni di disperazione né lanciarono maledizioni. Cantarono salmi e inni religiosi (tra cui il “Veni Creator”) e offrirono la propria vita così, per fedeltà alla Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo. Sì, il loro crimine fu la fedeltà alla vocazione religiosa, rivendicata anche dopo l’espulsione dal monastero.
E come avrebbero preso il discorso di Leone tutti gli altri martiri cattolici della Rivoluzione francese, sacerdoti, religiosi e laici uccisi tra il 1789 e il 1799 per essersi rifiutati di giurare fedeltà allo Stato e aver testimoniato fino all’ultimo la fede? Uomini, donne, persino bambini: perseguitati, infamati, uccisi. Pensiamo ai martiri dei massacri del settembre 1792: 191 ecclesiastici (tra cui vescovi e gesuiti) incarcerati e trucidati a Parigi. Pensiamo ai martiri di Angers: novantanove tra sacerdoti e laici, contadine, artigiani, nobili.
Nel suo discorso all’Eliseo, il papa ha di fatto elogiato il motto rivoluzionario francese, libertà, uguaglianza e fraternità, dichiarando che i suoi principi trovano ispirazione e compimento nel Vangelo. Ed ha attribuito all’Illuminismo francese importanti progressi in materia di diritti umani, in particolare per quanto riguarda la libertà religiosa [no dico...].
Ora, con tutto il rispetto per Prevost, io quando leggo le targhe e le iscrizioni che inneggiano a Liberté, Egalité e Fraternité vedo che rivoli di sangue sgorgano da quelle parole e scivolano sulle pietre della Ville Lumière [ma guarda, succede anche a me e a chissà quanti altri].
Non parto da un pregiudizio, non mi sento mosso da fanatismo. Lascio parlare la Storia. Le autorità rivoluzionarie francesi che perseguitarono la Chiesa confiscarono i beni ecclesiastici, soppressero le comunità religiose, pretesero di subordinare la vita religiosa ai dettami dello Stato ateo e perseguitarono tutti coloro che rifiutarono di sottomettersi. Questi sono fatti.
Ed ecco che a due secoli e mezzo di distanza un uomo che rivendica il titolo di successore di Pietro va a Parigi e di fronte alle autorità elogia il motto nazionale da cui gronda il sangue dei cattolici.
Lei, caro avvocato Piciocchi, non avverte in tutto ciò una nota un tantino stridente?
Capisco le ragioni della diplomazia, ma almeno rievocare il contesto storico sarebbe stato, se non altro, un segno di onestà e di rispetto per i martiri.
Il papa Pio VI, che si trovò ad affrontare l’orrore mentre la Rivoluzione era in corso, nel “Quod aliquantum” (10 marzo 1791) condannò la Costituzione civile del clero e contestò la concezione di libertà e uguaglianza dell’Assemblea rivoluzionaria. In particolare, respinse il presunto diritto naturale alla libertà illimitata di opinione ed espressione religiosa, perché, sulla scorta dell’insegnamento della Chiesa, riteneva tale concezione di libertà incompatibile sia con gli obblighi dell’uomo verso Dio sia con l’autorità della Chiesa.
Dinnanzi a uno Stato totalitario, Pio VI disse no. Disse che lo Stato non può arrogarsi il diritto di stabilire condizioni e limiti della vita religiosa, fino alla pretesa di nominare vescovi [Francia e Cina lo fanno ancora ma va bene, l'importante è che non siano tradizionalisti altrimenti scomuniche!] e sacerdoti, fino a richiedere al clero di giurare fedeltà alla Repubblica.
Un altro papa, Leone XIII, in seguito affrontò la questione nella “Immortale Dei” criticando le teorie politiche che individuano la fonte ultima dell’autorità nel popolo, escludendo gli obblighi dei singoli e delle comunità verso Dio. E respinse decisamente l’affermazione secondo cui lo Stato deve considerare ogni religione ugualmente vera e ugualmente meritevole di approvazione.
Papi come Pio VI e Leone XIII si appellarono ai diritti di Dio e alla retta ragione. Leone XIV invece, pur facendo riferimento all’eredità cristiana della Francia, ha usato lo stesso vocabolario della Rivoluzione e non ha posto neppure una timida domanda. Davvero l’Illuminismo ha contribuito e continua a contribuire alla civiltà? Davvero ha promosso i “diritti umani” così come sono concepiti dalla Chiesa cattolica?
La persecuzione della Chiesa durante la Rivoluzione è scomparsa dalla narrazione di Leone XIV, e qui, me lo lasci dire, siamo di fronte a un atto grave di omissione.
Certo, sarebbe stato di cattivo gusto, davanti al governo francese, dedicare l’intero discorso alle persecuzioni anticattoliche del XVIII secolo, ma scegliere di lodare il contributo dell’Illuminismo alla libertà religiosa e di interpretare il motto rivoluzionario come se fosse in linea con il Vangelo è qualcosa a cui il papa non era obbligato.
A Parigi, dinnanzi alle autorità, non è possibile, per un cattolico degno di questo nome, non affrontare la questione della sovranità politica in rapporto all’autorità religiosa.
Sarebbe bastato accennare al fatto che la libertà dal peccato, l’uguaglianza davanti a Dio e la fratellanza in Cristo sono ben diverse dalla libertà, dall’eguaglianza e dalla fraternità a cui si ispira la Rivoluzione. Ma il papa ha taciuto.
In questo modo, la condanna delle minacce alla vita umana non ancora nata e vulnerabile, la difesa dell’educazione cattolica e la critica al secolarismo sembrano affermazioni costruite sulla sabbia.
Nello stesso giorno del discorso all’Eliseo, il papa ha visitato Notre-Dame e ha venerato la Corona di Spine, reliquia che ci rimanda alla regalità di Gesù Cristo. Ma con quale coerenza ha reso omaggio a Gesù Cristo re dell’universo dopo aver reso parimenti omaggio alla Rivoluzione?
Non è un caso che la nuova Chiesa sinodale non affronti mai il tema della regalità sociale di Nostro Signore.
Caro Piciocchi, nel ringraziarla per avermi scritto e per la sua cortesia, le chiedo: com’è possibile appellarsi all’unità nella Chiesa prescindendo dalla verità?
La invito umilmente a riflettere sul fatto che il mio non è un “arroccarsi su posizioni preconcette”. È solo avere a cuore la Chiesa e la fede, e non accettare di svendere il tesoro più prezioso in cambio dell’applauso del mondo.
A.M.V.
Non è mia abitudine pubblicare commenti di soggetti scomunicati, ma visto che qui le scomuniche contro i tradizionali fioccano, conviene riportare il parere di Mons. Viganò. Se un'anglicana "vescovessa" può benedire i fedeli in S. Pietro, perché non dovremmo ascoltare l'opinione di un diplomatico, che sul piano sacramentale è anche un vescovo, sicuramente più della signora vescovessa:
Hanno riconosciuto l’ingiustizia
e le hanno dato cittadinanza.
2 Tess 2, 11-12
Non expedit. Il conservatorismo di maniera dinanzi all’apostasia sinodale
Arcivescovo Carlo Maria Viganò
Caro Avvocato Piciocchi,
ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare [qui]; da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile.
La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il Papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro.
La formula è semplice: noi non pretendiamo dal Papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i Papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno.
Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede.
Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata Mondiale della Gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato.
Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal Papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.
Ella elenca, a difesa del discorso di Leone, la tutela del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto e la condanna della maternità surrogata, pronunciate «in faccia» a un Presidente che ha iscritto l’aborto in Costituzione. Qui occorre essere precisi, perché è il punto su cui i conservatori si sentono in dovere di applaudire.
Non nego il dato: nego piuttosto la conseguenza che Ella ne trae. Una condanna della maternità surrogata e un accenno alla vita, inseriti in un quadro che assume i «diritti dell’uomo» illuministi e la Dichiarazione del 1948 come «pietra miliare del progresso morale», restano concetti astratti. O meglio: rimangono in quell’iperuranio in cui i funzionari della chiesa sinodale vogliono confinare la dottrina, mentre adeguano la pastorale alla mentalità del mondo. Quella stessa matrice rivoluzionaria dei “diritti” — sganciata dalla legge di Dio e dalla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo — è precisamente ciò che ha permesso di dichiarare “diritto” l’aborto, e poi di costituzionalizzarlo. Chi loda il principio e depreca uno dei suoi frutti non raddrizza l’albero: ne raccoglie i frutti avvelenati mentre finge di non vedere i rovi.
La risposta utile è dunque: non basta dire il vero su un effetto, se si benedice la causa. Pio XI, in Quas Primas, insegnò che pace e dignità non nascono dalla ribellione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma dal Regno sociale di Cristo. Finché quella lezione resta taciuta, le frasi «pro life» pronunciate all’Eliseo sono un correttivo cosmetico su un edificio costruito senza la pietra angolare. E nessuno meglio del Vicario di Cristo dovrebbe sapere quanto vere siano le parole del Salvatore: Sine me nihil potestis facere (Jo 15, 5).
Ella oppone alla Tradizione «il giusto sforzo — doveroso per la Chiesa di ogni tempo — di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo». È la formula più insidiosa della Sua lettera, perché suona pastorale e ragionevole. Va presa di petto.
Non Le sono ignoti gli atti magisteriali fino a Pio XII che condannano senza appello la Rivoluzione e i suoi infernali principi. Questi testi non sono «posizioni preconcette»: sono il Magistero. E chi li richiama non si arrocca: ricorda a un Papa che egli è custode della Verità rivelata, non padrone. Se oggi quel richiamo «pone fuori dalla realtà», tanto peggio per la realtà che si è costruita contro di essi. Non è il Magistero a doversi scusare con l’Eliseo, né l’erede di Pio VI a doversi umiliare all’erede di Jules Grévy, che si accompagna a un uomo in parrucca nella finzione più grottesca della normalità.
Le cito, parola per parola, il passaggio incriminato. Leone ha detto che l’Illuminismo portò «vere e proprie conquiste»; che tra queste vi è «il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa»; che libertà, uguaglianza e fraternità «rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione»; e che la Dichiarazione del 1948 è, con Giovanni Paolo II, «pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità». Su queste frasi si discute. Non sul fatto che a Saint-Denis si sia cantato in latino.
Ella chiude invocando l’unità e la tunica inconsutile, addossando la responsabilità di lacerarla a chi critica il discorso papale. È l’argomento che i conservatori usano da sessant’anni ogni volta che si tocca il nervo del Concilio, della messa montiniana, della sinodalità: va rovesciato.
La tunica la lacera chi introduce nella Chiesa un Vangelo diverso da quello ricevuto, non chi rifiuta di ratificarlo. San Paolo non invita i Tessalonicesi a «lavorare per l’unità» a costo della Tradizione: li esorta a stare saldi e a mantenere le tradizioni apprese (2 Tess 2, 15). L’unità cattolica è comunione nella Fede; non è la tregua fra chi benedice la Rivoluzione e chi la chiama col suo nome.
Le richiamo, qui, la distinzione che ho fatto in «Scisma Capitale». Quando colui che siede sulla Cattedra accetta e promuove una nozione del suo ufficio — e, con essa, una nozione della società e della libertà — incompatibile con quella definita dal Magistero perenne, egli non è più semplicemente un Papa che sbaglia in un discorso di circostanza: pone un obex, un ostacolo all’esercizio stesso del Papato. Chi gli resiste in ciò che è illecito non lacera la Chiesa: la serve. Chi invece, per non «disperdere il gregge», consente all’equivoco, si trova nella posizione di coloro di cui San Paolo dice εὐδοκήσαντες τῇ ἀδικίᾳ: che hanno riconosciuto l’ingiustizia e le hanno dato cittadinanza (2 Tess 2, 11-12).
Le rispondo dunque che l’unità non si costruisce sul silenzio intorno al punto decisivo: essa si costruisce sulla roccia di Pietro. Ogni tentativo di “resettare” la realtà si fonda sulla sabbia di un dialogo che usa il lessico di chi ha ghigliottinato i suoi figli. Invocare la tunica inconsutile per coprire la contraddizione è, alla lettera, cucire una toppa nuova su un vestito vecchio.
Ella teme «parole di lapidaria condanna» che resterebbero incomprese. Ammesso e non concesso che i Cattolici, ogni tanto, tirerebbero un sospiro di sollievo se udissero non un mediatore, un conciliatore, un diplomatico, un ecumenico, un filantropo, un globalista, un immigrazionista, un massone o un pagano, ma un Papa che finalmente parla da Papa. Ma anche concedendoLe l’esigenza della pedagogia, non posso concederLe che la pedagogia obblighi a dire il falso.
Un Pontefice poteva, all’Eliseo, ricordare l’eredità cristiana della Francia — Clodoveo, San Luigi, Santa Giovanna d’Arco, le Carmelitane di Compiègne — e aggiungere, con mitezza, che la libertà cristiana non è la libertà del 1789; che l’uguaglianza delle anime dinanzi a Dio non è l’egualitarismo che ha livellato altari e troni; che la fraternità evangelica ha un Padre celeste, e che senza quel Padre diventa la fratellanza delle Logge. Poteva dire che la «giusta laicità» non consiste nel mettere la vera Religione allo stesso rango delle false, e che Nostro Signore è Re anche delle nazioni in cui vige un regime repubblicano che si professa laico. Poteva, venerando la Corona di Spine a Notre-Dame, ricordare che quella Corona è di un Re, e che quel Re non si concilia con il motto coniato per deporLo.
Nulla di tutto questo è «autoreferenziale». È il catechismo. Se oggi suona inaudito, è perché da decenni si è preferito l’applauso dell’Eliseo alla voce di Pio VI.
Caro Avvocato, non La tratto da avversario. La Sua lettera è sincera per il timore di una Chiesa che «si pone fuori dalla realtà», anche se sono decenni che gli imbarazzanti tentativi di compiacere il mondo rendono patetici i suoi mitrati fautori. Quel timore va rispettato ma corretto: la realtà della Chiesa non è lo specchio del mondo, è il giudizio di Cristo sul mondo. Chi ama davvero la Chiesa non le chiede di diventare credibile agli occhi di un Presidente che ha fatto dell’aborto norma costituzionale; le chiede di rimanere credibile dinanzi a Dio. Poiché l’inizio della saggezza è il timore del Signore (Pr 9, 10).
Concludo ricordandoLe che la Tradizione non è «una fonte perenne in una dinamica sempre nuova», se per dinamica si intende la riconciliazione col liberalismo che il Sillabo ha dichiarato impossibile. La Tradizione è la trasmissione integrale del Depositum fidei, senza tagli e senza innesti. Chi la custodisce non lacera la tunica: impedisce che la si sostituisca con la livrea tricolore.
I martiri della Vandea, i sacerdoti di settembre, le contadine di Angers non hanno bisogno che noi li usiamo come randello. Hanno bisogno che un Papa, passando sulle pietre bagnate del loro sangue, non lodi il motto in nome del quale furono martirizzati. Se questo richiamo «disperde il gregge», allora quel gregge era già stato disperso da chi gli ha insegnato che obbedire all’errore è virtù e che resistere alla menzogna è scisma.
Le ho scritto perché la Sua lettera non rappresenta un caso isolato: essa costituisce il manuale, per così dire, con cui, dopo ogni gesto «positivo» di questo pontificato, si chiederà ai Cattolici di lasciarsi convincere dall’emozione della piazza senza guardare ai principi che nel frattempo vengono sovvertiti. È esattamente il meccanismo descritto in «Scisma Capitale». Conviene smontarlo ora, con calma e con dottrina, prima che diventi il senso comune anche di chi si dice amico della Tradizione.
Con gratitudine per la franchezza con cui Ella ha scritto,
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
Viterbo, 1 ottobre 2026
S. Remigii Episcopi et Confessoris