Autore Topic: Femminicidio: i criteri  (Letto 6729 volte)

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Re:Femminicidio: i criteri
« Risposta #15 il: Marzo 27, 2013, 18:17:06 pm »
su CulturaCattolica.it
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mercoledì 27 marzo 2013
 «Cerco un centro di gravità permanente / che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla / gente / avrei bisogno di... »
(Battiato, Centro di gravità permanente) E’ da un po’ che ci penso e, pur sapendo di andare controcorrente (evviva!),  ora prendo fiato e lo dico. Combattere l'«omofobia» e combattere il «femminicidio» è una cretinata. Parcellizzare la realtà, distinguere tra un’offesa e l’altra, una violenza e l’altra ci fa perdere di vista l’essenziale. Questa logica dell’orticello ci farà affogare nel mare del relativismo. E rasenta il ridicolo.
Un esempio? Le esternazioni di Battiato, il cantantautore-guru prestato alla politica.
Come si saprà, nel bel mezzo di un incontro istituzionale al Parlamento europeo, ieri se ne è uscito così: «Ci sono troie in giro in Parlamento che farebbero di tutto, dovrebbero aprire un casino».
Che succede? Succede che siccome Battiato piace alla gauche radical chic, piace alle vetero neo e post femministe, queste, in prima battuta, lasciano correre. Poi, pressate, pensano bene di gridare allo scandalo. Ma non per l’offesa – no! Per il… lessico sessista. Sì, avete capito bene. Le troie sono maiale femmine e non va bene (non si capisce se perché si offendono le maiale o perché il sostantivo «troie» è femminile plurale). Ergo, per le femministe che contano il problema non è che Battiato ha offeso pesantemente delle persone e dei ruoli istituzionali, ma che l’offesa ha riguardato troppo poca gente. Perché non «gli uomini in giro in Parlamento che farebbero di tutto…»? E già che ci siamo: perché non «i gay, i trans, i bisex, i giovani, i vecchi  in giro in Parlamento che farebbero di tutto»? Infierisca Battiato, la prego, infierisca! O tutti o nessuno. E, mi raccomando: occhio alle quote rosa, alla par condicio e al lessico di genere. Soprattutto al lessico.
Vale lo stesso per l’omofobia e per il femminicidio. Insegno al liceo e capita – purtroppo – di venire a conoscenza di fenomeni di bullismo. Perché dovrebbe essere più grave prendersela con un gay o una lesbica, piuttosto che con il secchione di turno, l’handicappato di turno, la grassa di turno, il brufoloso di turno? Perché la violenza su una donna dovrebbe essere considerata più grave della violenza su un bambino o un anziano?
In famiglia e a scuola si torni ad insegnare il valore della persona sempre, della vita umana sempre. Senza distinguo (sì, la solita storia dei «principi non negoziabili»). Perché, in fondo in fondo, ha proprio ragione Battiato, che – l’uscita infelice di ieri lo dimostra – ancora non l’ha trovato, il «centro di gravità permanente». Abbiamo proprio bisogno di quello. Senza, si riduce l’essere umano, che «vale» a volte sì e a volte no. E succede quel che ogni giorno è drammaticamente sotto i nostri occhi.
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Re:Femminicidio: i criteri
« Risposta #16 il: Maggio 04, 2013, 19:50:55 pm »
EUREKA!


Il ministro per le pari opportunità Josefa Idem ha dichiarato che:


Citazione
Perciò intendiamo costituire un osservatorio  nazionale che studi la violenza di genere per capire meglio che fenomeno  dobbiamo combattere

ma fatemi capire:

il femminicidio non è la prima emergenza dell'Italia?
il femminicidio non è la prima casua di morte delle donne tra i 14 e i 44 anni?
il femminicidio non è un crimine orrendo che non dovrebbe lasciare nessuno indifferente?

e adesso, ADESSO, ci venite a dire che "intendete" costituire un osservatorio? ma siete folli, ci prendete per il culo o cosa?
l'osservatorio lo dovevate istituire prima di sparare minchiate e di colpevolizzare indiscriminatamente tutto il genere maschile per un crimine di cui, ADESSO, scopriamo che non sapete nulla, perchè ancora non avete cominciato a studiarlo (pur avendone, lodevolmente, l'intenzione!)
lo dovevate istituire prima del ministero che dovrebbe occuparsene con ministri, segretari e sottosegretari (ed ex sottosegretari, ovvio) pagati, ripagati e strapagati

mo' la bella anima della Idem ci viene a dire che spenderà i nostri soldi per sapere i dati che giustificano la propria carica!  :w00t:

ma prima ancora di costituire un osservatorio con radar e binocoli, tesoro mio ministro Idem, lei dovrebbe telefonare (con poca spesa lo sa?) a qualche esponente dell'accademia della crusca o a qualche persona con due neuroni connessi e farsi spiegare che cosa esattamente l'OSSERVATORIO dovrebbe OSSERVARE  :w00t:


cos'è la violenza di genere?

quando una donna nega al marito divorziato la possibilità di vedere i figli, è violenza di genere?
quando una donna accusa falsamente un uomo di stupro, è violenza di genere?

oppure: quando una donna uccide la rivale in amore, è violenza di genere?
quando un uomo esasperato dai ricatti economici uccide la socia, è violenza di genere?
quando una soldatessa, volontaria e ben pagata, viene uccisa da una pallottola vagante, è violenza di genere?
quando una donna uccide la compagna che la vorrebbe lasciare, è violenza di genere?

cara ministra, una semplice regola di management consiglia di programmare bene prima di iniziare: prima di fare l'osservatorio, sarà bene definire la violenza di genere con il massimo rigore

al momento però, noi italiani non giovani, non donne, non neri e non gay, noi che paghiamo il 90% delle tasse dalle quali lei preleverà i soldi per il suo osservatorio, ci sentiamo frustrati nello scoprire che al Ministero che lei presiede finora nessuno abbia mai pensato di raccogliere dati su questo argomento. Beninteso: non perchè riteniamo tali dati di un qualche interesse (noi lo sappiamo bene che la violenza di genere è una bufala e che in nessun paese del mondo le donne sono mai state tutelate tanto quanto oggi in Italia), ma perchè i soldi bruciati da lei e da chi l'ha preceduta li abbiamo pagati noi con il nostro sangue e il nostro sudore.
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Re:Femminicidio: i criteri
« Risposta #17 il: Maggio 08, 2013, 10:52:09 am »
BOH, NON CAPISCO COSA VUOLE DIRE
forse chi non ha nulla da dire, deve scrivere tanto perchè nessuno se ne accorga
dispiace che un giornale che di solito seleziona i propri giornalisti per competenza, scriva di queste cazzate: che se ne ammazzano a non finire di donne nella guerra dei sessi  :wacko:


http://www.ilfoglio.it/soloqui/18108#.UYoI6jv98G8.twitter




Citazione
     8 maggio 2013 - ore 06:59  Eros non le uccide mai                                                                                                                 Chi ammazza una donna, al pari del maiale, altro sguardo non regge che quello del fango in cui si specchia. Ma le prefiche del femminicidio ripudiano l’amore     Anche se ci sono più vedove che vedovi, ebbene, sì: se ne ammazzano di più di donne. Più degli uomini. Ed è per questo che la legge sacra della Cavalleria impone all’uomo di dare alla donna una corte – sia essa un harem, una domus, un chiostro regale – dove tutto può accadere, perfino l’amore, fuorché ucciderla perché quell’odalisca, quella sposa, quella regina è domina e vale per lei la regola di Shakespeare: “Piano, toccatela piano, perché fu donna”.
 Se ne ammazzano di donne. Ma prima che il cercarsi tra femmine e maschi diventi un tabù, qualcuno ci gioca. Osservate la scena. E’ notte. Tutto si svolge sulla balaustra della terrazza di Castelmola, sopra Taormina. E’ un’estate di qualche anno fa. Sono gli anni 80. Lei è affacciata e attende. Lui avvita il silenziatore sulla canna della pistola. Lei si sporge e si porge. Lui mette il caricatore e si avvicina a lei. Lei, vestita di hot pants, si mette a cavallo della pistola. La bocca dell’arma, col silenziatore, sbuca dalle sue gambe e lui spara. Sono sette, otto colpi che viaggiano nella notte di Taormina. Tra le cosce. Tutto questo per fare calore, torneo e ghigno. Lei si sfinisce di stantuffo. Lui non controlla più il rinculo del ferro. Rischiano che il cane dell’arma azzanni le carni morbide ma lui l’ha già abbracciata e lei inala tutto quello svaporare di piombo. Una notte, quella, dove tutto può accadere fuorché finire uccisi, piuttosto sparati, ma per approssimazione.
Se ne ammazzano di donne ma le signore dell’impegno, purtroppo per loro, ripudiano il codice d’amore cortese. Vogliono tutto eccetto il benedetto malinteso della natura, quello che fa sovrano il ruolo di signore & signori. E’ quel mondo dove finalmente arriva la figlia femmina e la casa diventa tana di felicità e gioia; come quando poi s’apparecchia per lei il matrimonio o perfino il noviziato perché è più di una benedizione il suo comando, il suo desiderio e il suo volere. Comando, desiderio e volere affidati al padre, l’esecutore materiale. Giammai alla madre, vestale gelosa.
 Il mondo degli antichi non fa più testo, peggio per tutti noi, nel mondo degli antichi (ancora cinquant’anni fa, in Sicilia) si applicava naturaliter la legge speciale della morte più che speciale per chiunque si fosse macchiato del sangue di una donna. Si disponeva l’uccisione dell’assassino e i parenti del malacarne non si osavano di reclamare vendetta. Per la troppa vergogna.
 L’antico non sbaglia mai ma queste donne impegnate hanno ragione a temere la statistica del “femminicidio”, un termine preso in prestito alla banalità del politicamente corretto in attesa di trovare parola più precisa; hanno ragione perché il maledetto malinteso della civiltà snaturata ha ormai fatto dei padri, dei fidanzati, dei figli perfino, la parodia dell’essere maschio.
 Ci sono più donne che uomini, il calcolo è questo, ma se ne ammazzano a non finire mai di ragazze, di mamme, di fidanzate, di soldatesse, di prostitute, di professioniste. Qualcuna, come Lucia Annibali – avvocato, 35 anni – è stata sfregiata dall’acido muriatico. Cercate su Internet la sua foto. E’ bellissima. Violarne la grazia è tipico di chi, al pari del maiale, altro sguardo non regge che quello del fango dove si specchia.
Il calcolo è impari. E se pure c’è stato un solo caso di donna che ha scannato la propria donna (a Gussago, in provincia di Brescia, Angela ha ucciso con due colpi di pistola Marilena), è sempre un parodiar del maschio a far cadere l’eros dentro thanatos che non è più il baratro di concupiscenza del romanticismo ma la botola del più sanguinoso luogo comune, un computo da cronaca nera prossimo a diventare mappazza d’ideologia.
 Più degli uomini, dunque, sono le donne a crepare nella guerra dei sessi. Ovviamente non se ne può fare una mobilitazione di coscienza o una raccolta firme perché già l’adesione di Adriano Celentano e Claudia Mori alla campagna di Concita De Gregorio per la costituzione degli Stati generali sulla violenza contro le donne rende tutto molto piritollo. Lui, oltretutto, è meritatamente autore del manifesto del possesso amoroso qual è “Una carezza in un pugno”, la canzone dove da geloso giustamente dice “mia, mia e mia” e sparge pugni in luogo di carezze, perché il tema dei temi – oggi, oggi che gli uomini uccidono le donne – è l’uso e l’abuso del possessivo mio.
 Il senso del possesso è di certo il sesso. C’è anche un che di “ossesso” nell’intimo etimo del principio generatore della volontà di potenza che diventa volontà di volontà per poi sciogliere le trecce all’Essere innanzi alla volontà di verità. Con questo non voglio rubare il mestiere a Michela Marzano, torno presto nei miei ranghi di oplita, ho ben letto l’Idòla di Loredana Lipperini e Michela Murgia “L’ho uccisa perché l’amavo. Falso!” (Laterza, euro 9,00) ma tutto questo uccidere perché si ama per fortissimamente amare e meglio marchiare di “mio” ogni “mia” non riguarda l’uomo antico, piuttosto quello più profondamente moderno, il maschietto più autenticamente etico, quello più amico delle donne, quello arrivato dritto dritto dalla promiscuità militante, insomma: l’impotente.
Succede che Bertrand Cantant, l’amico di Manu Chao, artista impegnato, fa di Marie Trintignant, la sua fidanzata, una maschera di sangue. Lui non è un criminale, per Libération è “bisognoso d’aiuto”. L’amore confina con la follia. Qui non c’è gioco. Magari c’è il disagio. Ecco, c’è un’altra vittima, per dirla con l’onorevole Boldrini, che diventa carnefice. E c’è la compassione per automatismo libé. Bruno Carletti, direttore artistico dello Sferisterio di Macerata, uccide Francesca Baleani, l’ex moglie. La carica in macchina e la scarica in un cassonetto. “Francesca”, dirà padre Igino Ciabattoni, responsabile della comunità di recupero che ospita l’assassino, “non troverà più un uomo che possa amarla così tanto”. Ancora una volta: “Un atto d’amore, cieco come la morte”. Lipperini e Murgia sono riuscite a costruire con il loro pamphlet un catalogo dell’orrore dove però – dicono – “è mancato il collegamento: sono, anzi, mancate le parole che tenessero insieme morti atroci quanto ritenute isolate, non ripetibili”.
 Provo a metterci delle parole – oltre l’amoricidio – e spiegare che quelli che non sanno prendere le donne se non uccidendole non sanno dire “mio” perché sono ubriachi di “io”. Hanno un’erezione cerosa e zero colpi in canna e non si tratta certo della pistola del femminicidio, il capitolo sociale di un’umanità maschia senza più forza, il “vir”, zero colpi nel senso proprio di mancare al principio ordinatore del venire al mondo con responsabilità, amore cortese e dovere perché solo il rito – con la sua liturgia di possesso – conserva l’eros dentro le sue pulsioni buie senza incappare nel codice penale.
La verità dell’amore, nelle mani di chi ci sa fare, è uno squarcio dove da fuori c’è il sangue vivificante della vita mentre – dentro – nella carne, c’è il fuoco. Mai la messa a morte. Certo, “meglio morta che puttana”, questo predica l’antico della propria donna se questa poi ha fatto del proprio nome strame. Ma quel “meglio morta” non è assassinio, al contrario: è un continuare a vivere nel dolore disperato del disonore. Mai perdonare, mai, non si può perdonare. E la stessa donna ha disprezzo di chi cicatrizza la ferita del tradimento. Mai dimenticare perciò, mai, non si può scordare ciò che fa nell’anima uno scempio perché l’amore, come il sangue coi figli, s’avvelena forse ma non si disperde. Il soffrire d’amore è spirituale, un atroce friggere cieco delle carni, non un trauma della psiche. E non è paritario il dolore, non conosce uguaglianza, è debolezza propria del portatore di seme, biologicamente inferiore a chi, al contrario, è donna generatrice di nuova vita.
 Non si può disinnescare la tossina dell’innamoramento, quel farmaco omeopaticamente salvifico, con l’edificazione di un tabù culturale contro il maschio. Capisco che a qualcuno sia venuto in mente il mettere da parte l’istinto a favore di una civilizzazione della copula. Dopotutto neppure gli stalloni riescono a coprire le giumente senza l’ausilio del veterinario che, oplà, guanti pronti, posiziona ciò che c’è da posizionare.
 Piano piano arriverà questa civiltà del rapporto paritario. Pare che non ci sia più la donna, non c’è l’uomo, c’è solo la persona. E’ facile sospettare che il tentativo di trasferire la rivoluzione – la donna in luogo del proletariato – abbia preso il sopravvento su altri fallimenti ideologici ma desiderare è avere e il maschio, non la “persona”, nel recinto sacro dell’Amor cortese, prende possesso di quella carne in ragione dei due punti di suggello e sigillo: l’osso sacro e la ghiandola pineale. E la copula, ovvero il contatto con il coccige e con la nuca – come fanno i gatti quando acchiappano la micia da dietro per addentarla al punto da denudarne, dei peli, la cuticagna –, altro non è che il cogliere la rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state.
Come si faceva l’amore di una volta. Quando gli dèi s’affacciavano dall’Himalaya per compiacersi degli innamorati fradici di desiderio e di respiro. Tutto ciò non è il porno. Qui si procede di fisiologia. E di furor sacro. Mircea Eliade alla mano. Altro che la delicata Costanza Miriano, autrice di “Sposati e sii sottomessa”, fustigata non poco da Lipperini e Murgia.
 L’amplesso è però un dettaglio. Il mettere carne sopra carne è, infatti, solo un abito dell’istinto: quello della sopravvivenza e – come da codice platonico, ossia il “Simposio” – ci si riproduce solo nel bello. Non potendo generare carne, si genera l’idea. Mai la messa a morte.
 L’amplesso è la vera astuzia della storia se solo fosse la storia matrice delle generazioni mentre invece è la sopravvivenza, la vera padrona delle erezioni e degli umori, dunque tutto un aggiungere piani al grattacielo del destino a due, quello del maschio e quello della femmina, dove ogni cosa è chiara, chiara assai. Don Rafaele Cutolo, ’o Camorrista, lo diceva fuori da ogni metafora: “Quando si fotte riesce sempre bene perché ciascuno sa che cosa vuole l’altro”.
 Le donne si fanno femmine e selezionano il patrimonio cromosomico più forte, più ricco, più potente. Nel benedetto malinteso della natura si è sempre femmine e – nel proprio harem, nella propria domus, nella propria reggia – dunque nel sottinteso benedetto della loro più segreta natura, le donne svelano il primo punto: quello della ghiandola pineale, dunque l’anima. E poi ancora l’altro punto: l’osso più sacro. Quello che nella risulta ancestrale dei secoli dei secoli è solo l’ombra di ciò che fu coda.
 Come si fece sempre. Furono i missionari cristiani, abusando della credulità dei selvaggi, a riposizionare gli incastri della conoscenza carnale. Abrogarono il posizionarsi al modo del “more ferarum” e dannarono per sempre come animalesco, dionisiaco e peccatore il principio del piacere. L’abito non fa il monaco, il New York Times avrà avuto i suoi motivi per dire che la moda italiana, fatta eccezione per Bottega Veneta, Prada, Gucci e Marni, è fatta solo per le zoccole (“italian fashion in the Time of the Trollop”) ma la minigonna non fa la scostumata. Tra collo e schiena, tutto quel percorrere di aulente malia non può che avere migliore rappresentazione nella Valentina di Guido Crepax. Provate a ricordare quel suo incedere inesorabile, non sarebbe stata a suo agio nella tavernetta del bunga-bunga ma avrebbe fatto la felicità di Cielo d’Alcamo.
L’abito non fa il monaco, figurarsi la memoria della letteratura ma chi più di ogni altro regge la fatica del presagio in questa Italia orba di virtù maschia, in questo precipitare di morte e amore, nella follia e nel lutto è Boccaccio che, nella novella di Nastagio degli Onesti, nella quinta giornata del “Decameron”, “ragiona di ciò che a alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse”.
 Provo a farne il racconto: Nastagio è un nobile ravennate che s’innamora senza tregua della figlia del nobilissimo (più di lui) Paolo Traversari. Per conquistarla ordina feste e cene di gran lusso. Ma quella lo rifiuta con divertimento e lui continua a sperperare energie e denari, fin quando per troppo amore, per evitare di ammazzarsi e di dilapidare tutto, va via dalla città.
 Un venerdì d’inizio maggio, proprio un venerdì come questi, Nastagio vede una scena che Botticelli illustrerà poi per Lorenzo il Magnifico (ne avrebbe fatto un regalo di nozze, quasi un memento: “Amare se non vuoi morire”). Una giovane donna corre nuda, due cani la inseguono e tentano divorarla variamente, mentre un cavaliere armato le urla dietro minacce di morte. Nastagio vuole difenderla, ma il cavaliere si ferma a raccontare la propria storia. Aveva amato quella ragazza follemente, ma non ricambiato, si era suicidato. Lei non aveva avuto nessun pentimento, nessuna pena, ed era stata con lui condannata alla tremenda punizione: tutti i venerdì lui la caccia con i cani feroci, la minaccia di morte, l’ammazza e ne vede ricomporsi il corpo. Il venerdì successivo e per chissà quanto ancora, si ripete la stessa sequenza barbara.
Devi amare se non vuoi morire. O, almeno, ricambiare. Questo è il succo. E Nastagio, infatti, ha una sua trovata. Il primo venerdì utile, invita l’amata e tutti i parenti a un desinare sul luogo della scena crudelissima che, tempestiva, si ripete. Il cavaliere che strazia la donna e che non è timido, racconta la storia pure ai banchettanti. La più terrorizzata di tutti è proprio la Traversari, che subito riflette sul sentimento negato e sulla mancanza di rispetto verso quell’amore e, insomma, “temendo di simile avvenimento prende per marito Nastagio”. Non solo, con il suo gesto educa le donne di Ravenna, che d’improvviso diventano tutte più gentili e amorevoli con gli uomini.
 Tutto un obbligo d’amore per non dover morire. Sempre nel “Decameron” e sempre in letteratura, c’è anche la tradizione del cuore dell’amato dato in pasto per vendetta, dal marito, alla moglie traditrice, che magari su indicazione del consorte l’aveva pure cucinato a guisa di manicaretto. E in tema di cuori mangiati, ma davvero, ci sarebbe Pasquale Barra, detto ‘o “Animale”, un esponente della nuova camorra organizzata che uccise Francis Turatello in carcere e poi ne addentò gli organi, ma adesso – proprio no – non voglio certo rubare il mestiere a Roberto Saviano, torno nel rango mio di oplita e provo a spiegarmi che uccidere, per questi tapini, è forse un oltrepassare il rito dell’amore, un addentrarsi nel furor, uno stroncarsi al pari di Narciso in tutto quel rimirare se stessi per poi esplodere nelle bolle dell’acqua stagna.
Approssimarsi d’amore, magari con la pistola in pugno, per volare nella notte di Castelmola, è approssimare la propria dannazione alla morte, controllarne il respiro e lo sguardo di dolore, che è ancora rito, nella rigenerazione di un torneo di pura buia gioia perché, insomma, lo dico da oplita, non esiste una cultura arcaica da sradicare dal nostro guardare negli occhi dell’amore, esiste solo la realtà di Eros che mette a bada Thanatos.
 Esiste la realtà della natura e se proprio la civiltà riuscirà a ucciderla significherà che saranno stati i desideri a determinare i diritti, che si procederà d’inseminazione per tramite di applicazione veterinaria e ci sarà solo la persona, finalmente libera del possessivo ma persa per sempre nella bolla afona e stagna dell’io-io-io che non saprà dire “mio”, anzi, “mia” se non mettendo a morte. Come cosa morta è l’amore di Narciso.
 
 Post scriptum.
 A proposito dell’episodio di Castelmola. Lui era sì un picciotto malandrino ma la pistola non era la sua. Era della ragazza in hot pants.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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Re:Femminicidio: i criteri
« Risposta #18 il: Maggio 08, 2013, 11:16:22 am »
questo è sicuramente più chiaro e condivisibile

http://www.ilgiornale.it/news/interni/se-femminicidio-ad-essere-abusato-proprio-dalle-donne-915209.html

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La cosa che ci terrorizza a questo punto è che il termine «femminicidio» diventi un marchio, un brand, una fama da onlus. E che sotto a questo marchio finisca di tutto, un po' come succede per i fortunati programmi di cucina dove ormai una pentola non si nega a nessuno.           Manifestazione per rivendicare la "dignità rosa" Lunedì a Milano (a Cuggiono, per l'esattezza) è accaduta un'altra cosa agghiacciante: una donna di 36 anni, incinta di due gemelli, stava andando in ospedale per una visita di controllo. È stata avvicinata da un tizio che ha visto bene in faccia ma non ha riconosciuto, e questo le ha gettato dell'acido sul volto che, speriamo, non le causerà lesioni permanenti a un occhio. Tremendo. Ma gli inquirenti non sanno ancora che pista seguire, non sanno di cosa si tratti. La vittima non conosce il suo carnefice e non conosce le ragioni per cui una cosa del genere dovesse accadere proprio a lei.
Invece il perché, evidentemente, lo sanno in tanti, a giudicare dai commenti che ieri sono apparsi sui principali quotidiani: Samanta F., così si chiama la donna aggredita, è un'altra vittima di femminicidio. Poco importa che ad essere stato colpito con l'acido, nell'assurda casistica degli ultimi mesi, compaia anche un uomo (sfigurato dall'ex gelosa) e che ancora non si sappia cosa ci sia dietro l'episodio di lunedì. Samanta è una donna, è pure incinta e c'è di mezzo l'acido: quindi è femminicidio.
Forse tra qualche giorno gli inquirenti ricostruiranno retroscena famigliari inquietanti. Ma al momento, così come è stata colpita Samanta (all'improvviso, per strada e apparentemente da uno sconociuto) avrebbero potuto venir colpiti Giuseppe, Daniela, Giovanni e Valentina. Il femminicidio è l'epilogo di una quotidianità, il tragico picco di una continuità violenta e subdola. Qualcosa che si poggia sulla zoppa convinzione che debba esserci un debole (la donna) e un forte (l'uomo), un sottomesso (la donna) e un padrone (l'uomo), una vittima (la donna) e un naturale carnefice (l'uomo). Si fa così, ti dico io come si fa e se non lo fai ti punisco.
Ma a quanto pare anche nella cronaca nera ci sono «mode» che sterminano la ragione e, quel che è peggio, anche nella cronaca nera ci sono mode destinate a passare di moda. Se oggi tutto è femminicidio perché oggi è il femminicidio ad «andare forte» (titoli sui giornali, associazioni, iniziative, spettacoli teatrali, tavole rotonde che non riescono a smussare gli spigoli di una realtà aguzza), cosa succederà alle donne che vivono con l'assassino del loro futuro, una volta che il femminicidio sarà stato abusato a sua volta? Oggi il femminicidio è un programma cult, che fa share garantito, lo si cavalca con ideologici speroni dorati, anche se poi nei fatti... Manifestazioni al grido di «No more», denunce con slogan efficaci «Ferite a morte», «Se non ora, quando?». Poi in realtà, a tutela (vera) della donna è stato altro a rappresentare una svolta: le leggi sul divorzio, l'aborto, la riforma del diritto di famiglia e, ultimamente, la legge della tanto osteggiata Mara Carfagna sullo stalking. Il resto, al momento, si limita al folklore, purtroppo. Alla moda. E come tutte le mode prende derive eccessive, lontane dalle donne che la devono indossare.
Ieri, il fatto che poco tempo fa un infermiere (maschio), romano, di 33 anni, avesse subito la stessa sorte (e per di più da parte di un amore andato a male), sembrava solo un fastidioso inciampo verso la corsa alla statistica perfetta. Perché non era una donna e quindi le sue cicatrici valevano meno e davano un po' fastidio al ragionamento. Perché il carnefice travestito da padrone, quella volta, era una donna. È questo buonismo implacabile ad essere un veleno «acido». Questo parlare, e urlare e cavalcare e confondere fino alla prossima volta in cui saremo convocati dalla realtà.
 
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Re:Femminicidio: i criteri
« Risposta #20 il: Maggio 08, 2013, 16:48:53 pm »


 
battaglia, qui


 

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Venticinque donne che, nei primi quattro mesi del 2013, hanno trovato la morte per mano di un uomo.
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ma si affretti perché ogni due giorni di ritardo costano la vita ad una donna e anche la vita dell’uomo che l’ha uccisa non sarà più la stessa.

Ma dove ha studiato matematica questo Mario De Maglie? al suo confronto una scimmia potrebbe sembrare un genio!

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Re:Femminicidio: i criteri
« Risposta #21 il: Marzo 10, 2014, 14:46:33 pm »
Questo come si classifica ?

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2014/03/10/Uccise-compagna-condannata-16-anni_10208139.html

ANSA) - BRESCIA, 10 MAR - Un anno esatto dopo l'omicidio, avvenuto il 10 marzo 2013 a Gussago, nel Bresciano, il Tribunale di Brescia ha condannato a 16 anni Angela Toni, 35 anni, per aver ucciso nel sonno con due colpi di pistola l'ex compagna e convivente Marilena Ciofalo. Quello di Brescia, secondo il legale di Angela Toni, Fausto Pellizzari, è il primo caso in Italia di femminicidio tra donne. Per l'accusa, Angela Toni avrebbe ammazzato per gelosia dopo aver scoperto la nuova relazione dell'ex compagna.

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Re:Femminicidio: i criteri
« Risposta #22 il: Ottobre 21, 2019, 19:15:38 pm »
c'è chi non ha il coraggio delle proprie opinioni e non mette il proprio nome e la propria faccia sopra o sotto le proprie opinioni/affermazioni

d'altronde hanno paura che noi maschiacci violenti e armati fino ai denti (davvero? no, però fa rima) ci decidiamo a far ragionare queste anime belle (tale Emanuela Valente prese tanta paura dal nostro invito a farla ragionare che assunse il dì dopo diverse e numerose guardie del corpo (c'era un film a riguardo? Come fini?))

queste pavide paladine del gentil sesso d'anonimato coperte e difese  :cool: https://femminicidioitalia.info danno del femminicidio la seguente definizione:

Citazione
rappresenta qualsiasi forma di violenza esercitata sulle donne (spesso in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale) allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, fino alla schiavitù o alla morte

non sono troppo sicure della definizione infatti insistono a proposito e a sproposito che è la loro e che on gliene frega nulla se altri ne hanno altre

vorrei far presente alle anonime paucineuroniche che il miglior femminicida (stando alla loro definizione) è il tempo, il quale avvizzendone le tette e scomponendone i graziosi tratti "ne aanienta la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, fino alla schiavitù o alla morte"

 :w00t:

suvvia donzelle, lanciate una ben giusta ed attesa crociata contro il peggiore dei maschilisti e il più sfrontato misogino: IL TEMPO!
Dio cè
MA NON SEI TU
Rilassati

Offline Vicus

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Re:Femminicidio: i criteri
« Risposta #23 il: Ottobre 21, 2019, 19:31:02 pm »
Quale film? :w00t:
Citazione
c'è chi non ha il coraggio delle proprie opinioni e non mette il proprio nome e la propria faccia sopra o sotto le proprie opinioni/affermazioni
C'è anche chi il nome lo mette, ma ti viene sotto casa a "chiederti come stai", come quell'Alberto S. con un nostro wiki.
« Ultima modifica: Ottobre 21, 2019, 23:58:58 pm da Vicus »
Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.