Autore Topic: La misteriosa lettera che Papa Luciani non fece in tempo a inviare ai Gesuiti  (Letto 166 volte)

Offline Vicus

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Squilli di tromba dal Vaticano per annunciare l’avvenuto riconoscimento del miracolo attribuito all’intercessione di Albino Luciani da parte della Sessione straordinaria dei cardinali e dei vescovi che ha così spalancato le porte alla beatificazione di Giovanni Paolo I. Una beatificazione che mi ha sempre lasciato scettico, visto che ben altri papi del novecento a mio giudizio meriterebbero gli onori degli altari. Molto più di un papa che ha regnato soltanto 33 giorni e che è stato protagonista di evidenti contraddizioni. A mio giudizio meriterebbero molto di più gli altari Leone XIII per la sua politica sociale; Benedetto XV per il forte impulso missionario; Pio XI per aver posto la regalità di Cristo al centro dell’universo nell’epoca dei grandi totalitarismi; Pio XII per il suo ruolo di difensor civitatis  durante gli anni della seconda guerra mondiale e per essere stato il papa più mariano del secolo passato.

Luciani è stato il responsabile del famoso scisma di Montaneir situazione che gestì decisamente molto male; ha represso” nella sua diocesi i gruppi di preghiera di padre Pio e vietato i pellegrinaggi a san Giovanni Rotondo perché allevato al più totale scetticismo dal vescovo di Padova, il cappuccino Girolamo Bortignon, suo maestro e punto di riferimento, che fu fra i più accaniti nemici del confratello con le stimmate. Ebbe il merito di sciogliere la Fuci veneziana quando era patriarca, perché aveva aderito al movimento dei “cattolici per il No” in occasione del referendum sull’abrogazione del divorzio, ma nel contempo cercò di sradicare il tradizionalismo cattolico guardando con molta ostilità ai nostalgici del rito tridentino e imponendo quasi ossessivamente l’osservanza del messale moderno.

Spiace inoltre che la beatificazione di Luciani sarà condita di motivazioni prettamente bergogliane, legate alla sua semplicità nel comunicare, al suo stile sobrio e austero di vivere, ai suoi ripetuti richiami alla misericordia e al suo desiderio di volere una Chiesa povera. Si è cercato di farlo passare come un papa progressista in virtù di certe sue posizioni favorevoli sulla contraccezione, le stesse che in verità portarono Paolo VI ad istituire una commissione teologica incaricata di esaminare i risvolti e gli impatti che un’eventuale apertura al tema avrebbe avuto in campo dottrinale. Ma quando il papa, di fronte ad una società che si stava secolarizzando, comprese che fosse necessario riconfermare la dottrina sulla famiglia e il matrimonio e promulgò l’Humanae Vitae, Luciani si adeguò e fu  uno strenuo difensore dell’enciclica.

E’ certo però che la sua elezione fu voluta dai cardinali più vicini a Paolo VI, Giovanni Benelli su tutti, che temevano l’elezione di un papa anti-conciliare come Giuseppe Siri, consapevoli del forte malcontento che nella Chiesa serpeggiava in merito alle conseguenze negative prodotte dal Concilio Vaticano II e alle quali Montini con difficoltà aveva tentato di porre rimedio. Ritenendo che una candidatura troppo progressista come quella dello stesso Benelli avrebbe rafforzato il fronte conservatore, si puntò su Luciani come candidato moderato.

Ma c’è un aspetto che merita attenzione nel breve pontificato di Giovanni Paolo I ed è quella lettera indirizzata alla Compagnia di Gesù che il papa avrebbe dovuto leggere davanti ai gesuiti due giorni dopo la sua morte. Una lettera molto dura con la quale Luciani criticava le derive progressiste e relativiste assunte dalla Compagnia e soprattutto invitava i gesuiti a non seguire le teorie di Karl Rahner che stavano piegando la Chiesa alle logiche del mondo e all’abbraccio con la Massoneria.
Dopo il Concilio Vaticano II la Compagnia di Gesù, sotto la guida dello spagnolo Pedro Arrupe, aveva avviato una profonda riforma interna con la richiesta di un’apertura molto forte al laicato e con un impegno di testimonianza diretta dei gesuiti nei contesti politici e sociali, aderendo alla Teologia della Liberazione che si stava sviluppando in America Latina con la partecipazione attiva della Chiesa nelle rivoluzioni e nelle lotte di liberazione. Paolo VI aveva manifestato contrarietà ai propositi di riforma di Arrupe convocandolo a Roma e rimproverandolo molto duramente.

Luciani sembrò seguire la linea tracciata dal suo predecessore, ma con l’obiettivo non soltanto di bloccare le derive riformiste di Arrupe, ma anche di ricondurre la Compagnia sui binari dell’ortodossia riportando i gesuiti ad essere ciò che erano sempre stati prima del Concilio, ovvero i difensori della dottrina cattolica.

Scriveva infatti Giovanni Paolo I in quella lettera mai letta: “Non permettete che insegnamenti e pubblicazioni di gesuiti abbiano a causare confusione e disorientamento in mezzo ai fedeli; ricordatevi che la missione affidatavi dal Vicario di Cristo è di annunciare, in maniera bensì adatta alla mentalità di oggi, ma nella sua integrità e purezza, il messaggio cristiano, contenuto nel deposito della rivelazione, di cui interprete autentico è il Magistero della Chiesa. Nel vostro lavoro apostolico abbiate sempre presente il fine proprio della Compagnia ‘Istituita principalmente per la difesa e propagazione della fede e per il profitto delle anime nella vita e dottrina cristiana’ (Formula dell’ Istituto). A questo fine spirituale e soprannaturale va subordinata ogni altra attività, che dovrà essere esercitata in maniera adatta ad un Istituto religioso e sacerdotale. Voi ben conoscete e giustamente vi preoccupate dei grandi problemi economici e sociali, che oggi travagliano l’umanità e tanta connessione hanno con la vita cristiana. Ma, nella soluzione di questi problemi, sappiate sempre distinguere i compiti dei sacerdoti religiosi da quelli che sono propri dei laici. I sacerdoti devono ispirare e animare i laici all’adempimento dei loro doveri, ma non devono sostituirsi ad essi, trascurando il proprio specifico compito nella azione evangelizzatrice. Per questa azione evangelizzatrice, S. Ignazio esige dai suoi figli una soda dottrina, acquistata mediante una lunga e accurata preparazione. Non permettete che tendenze secolarizzatrici abbiano a penetrare e turbare le vostre comunità, a dissipare quell’ ambiente di raccoglimento e di preghiera in cui si ritempra l’ apostolo, ed introducano atteggiamenti e comportamenti secolareschi, che non si addicono a religiosi. Il doveroso contatto apostolico col mondo non significa assimilazione al mondo; anzi, esige quella differenziazione che salvaguarda l’ identità dell’ apostolo, in modo che veramente sia sale della terra e lievito capace di far fermentare la massa. Siate perciò fedeli alle sagge norme contenute nel vostro Istituto; e siate parimente fedeli alle prescrizioni della Chiesa riguardante la vita religiosa, il ministero sacerdotale, le celebrazioni liturgiche, dando l’esempio di quella amorosa docilità alla ‘nostra Santa Madre Chiesa gerarchica’ – come scrive S. Ignazio nelle ‘Regole per il retto sentire con la Chiesa’ – perché essa è la “vera sposa di Cristo, Nostro Signore” (cf. Exerc. Spirit., n. 353). Questo atteggiamento di S. Ignazio verso la Chiesa deve essere tipico anche dei suoi figli; e mi piace a questo proposito ricordare la lettera dello stesso Santo a S. Francesco Borgia, del 20 settembre 1548, nella quale raccomandava ‘L’ umiltà e la riverenza verso la nostra Santa Madre Chiesa e quelli che hanno il compito di governarla e di ammaestrarla’ (Epist. et Instruct., 11, 236)”.

Nella condanna delle tendenze secolarizzatrici tutti hanno individuato il richiamo alla svolta antropologica in teologia di Karl Rahner che ha di fatto annullato il concetto della rivelazione divina e ha posto l’uomo con la sua coscienza al centro di tutto. Con l’uomo che è chiamato a testimoniare Dio seguendo una religiosità razionale che ne manifesti la presenza nella storia dell’umanità, partecipando attivamente ai processi di trasformazione della società in chiave cristiana. Concetto che fu alla base di quella liberazione integrale che presupponeva una liberazione politica e sociale accanto ad una liberazione spirituale, fino a subordinare la seconda alla prima.

Luciani richiama i gesuiti al loro originario carisma, ribadendo come l’impegno politico non sia compito dei gesuiti, i quali anzi devono ricordare che il loro primo dovere è difendere l’integrità della fede da ogni tentativo di assimilazione con la mentalità contemporanea. Il contrario appunto della teologia di Rahner fondata sulla contaminazione e assimilazione del cristiano con il mondo. Forse è troppo poco per dire che Giovanni Paolo I sarebbe stato un papa conservatore considerando anche la sua granitica fedeltà al Concilio e alle innovazioni introdotte, ma è certamente evidente che non possa essere nemmeno paragonato a Bergoglio o considerato un suo anticipatore, visto che da parte del papa regnante non si sono mai ascoltate parole così forti nei confronti dei propri confratelli gesuiti. I quali, diversamente dagli auspici di Luciani, hanno continuato a contaminarsi con il mondo al punto da diventare oggi i principali alfieri nella Chiesa delle battaglie per i diritti civili proprio come voleva il gesuita Rahner. Una svolta che ha subito un forte impulso soprattutto negli ultimi anni, grazie proprio al primo papa gesuita.

Chi scrive non ha mai creduto alla teoria del complotto, ovvero alla tesi secondo cui la morte di Luciani sarebbe stata provocata e non sarebbe avvenuta per cause naturali. Ma se davvero questa tesi avesse un fondamento allora forse in tanti, troppi, potevano avere vantaggio a che Giovanni Paolo I morisse dopo un solo mese di pontificato. Sicuri che sul banco degli imputati meriti di finire soltanto Paul Marcinkus?

Americo Mascarucci- giornalista e scrittore

https://www.marcotosatti.com/2021/10/15/luciani-e-quella-lettera-ai-gesuiti-contro-karl-rahner/
Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.