La comunicazione e lo stupro

Da qualche giorno, forse in relazione alla denuncia di stupro da parte di una sedicenne http://www.questionemaschile.org/forum/index.php?topic=27.msg143092#msg143092stupro, gira in rete il concetto reso in modo molto chiaro dall’immagine qui a fianco.

Il concetto è molto chiaro e difficilmente qualcuno sosterrebbe seriamente che lo stupro è responsabilità della donna per come si veste, così come il furto non è responsabilità delle banche.

Il concetto ribadito alla nausea è: io mi vesto come mi pare e tu non hai il diritto di abusare.

Va bene.

Ma cosa vuol dire: come mi pare? Ti vesti come ti pare in relazione a cosa? Al fatto che fa caldo o freddo, che piove o c’è il sole?

Per quanto si cerchi di ragionare, sul web si trovano solo taleban* (qui l’asterisco è d’obbligo) che non argomentano null’altro oltre lo slogan.

Quando in un gruppo qualcuno grida: “viva il duce”, tutti si irrigidiscono sull’attenti e ripetono urlando. Se qualcuno non si adegua, ecco il traditore, lo schifoso verme, il delatore, l’infiltrato, la spia. Se tutti hanno il braccio alzato, finito il rito, tornano a sedersi tranquilli e proseguono i loro affari. Se invece uno non ha urlato o non ha urlato abbastanza, si apre il processo, l’accusa, la purga. In gioco non consiste nel fatto che il duce debba vivere, piuttosto che Stalin o Mao, ma nel testare i meccanismi di coesione sociale con i quali i buoni assicurano la sicurezza del proprio mondo. Ci sono realtà nelle quali il nemico è colui che mangia carne di vacca o di cane o veste pelliccia di visone o è comunista o fascista o gay o … Cambia poco: il punto è che è un pericolo per tutti. Non in quanto diverso, ma perchè incrina le certezze del gruppo, scopre i suoi sensi di colpa, ne risveglia le paure ancestrali.

Ciò che caratterizza tutti lor signor* è la ripetizione ossessiva dello slogan, per quanto esso sia semplice e di immediata comprensione, per quanto pochi possano essere coloro che eventualmente volessero contestarlo. E in parallelo la mancanza assoluta di discussione. Perchè se invece discutono, se si domandano come mai e per quale ragione e cosa significa, ecco che il braccio alzato, con il pugno chiuso, aperto o a V, non serve più, non assolve più lo scopo di esorcizzare il Male.

Perciò è importante discutere. Non perchè in sè l’argomento lo meriti sempre, ma perchè sempre merita non favorire i meccanismi totalitari. Perciò ad esempio è importante discutere se il rispetto dei gay debba arrivare fino a che punto e perchè: non perchè questo possa cambiare granchè la nostra società, ma perchè supera la logica dello slogan.

Per tornare al nostro argomento, discutiamo di cosa significa: mi vesto come mi pare. Per una sola ragione: perchè noi non vogliamo condividere logiche totalitarie.

Anzitutto: in nessuna società al mondo il vestito ha unicamente una valenza utilitaristica (di riparare dal freddo o dalla pioggia o dal caldo). Il vestito, in ogni società, ha a che fare in primo luogo con il pudore, ossia con l’aspetto sessuale della persona. In secondo luogo il vestito colloca una persona in una gerarchia sociale, dal punto di vista economico, culturale, di potere, eccetera. Potremmo approfondire questa affermazione ma ci porterebbe lontano, andiamo avanti.

Quando una persona si veste, che si vesta come gli pare è davvero bizzarro. Se ad esempio un povero volesse vestirsi come un ricco, sarebbe solo ridicolo, perchè non basta volere. Anche i ricchi d’altronde, quando si vestono come poveri sono falsi poveri da mille miglia. Un ammiraglio che si vestisse come un mozzo, manderebbe in crisi un certo numero di navi e porti e …

C’è senza dubbio una discreta dose di vanità nel modo di vestirsi, tant’è che uno dei primi passi che fa chi entra in un ordine religioso è quello di mettere l’abito, affinchè si sappia che cosa ha scelto nel proprio intimo più intimo e affinchè sia chiaro che ha dato un taglio netto anzitutto alla propria vanità.

Ma alla fine ogni abito deve collocare una persona in un certo rapporto con gli altri dal punto di vista sessuale. Questa funzione primaria dei vestiti oggi è combattuta con ogni arma in tutto il mondo occidentale, il chè produce questa situazione di confusione e attrito tra i sessi di cui molti si lamentano. Non c’è dubbio che il femminismo ha avuto un ruolo importante nell’affermarsi di questa situazione, a conferma della sua simbiosi con il capitalismo.

Resta il fatto che ciascuno di noi alla fine deve singolarmente decidere come vestirsi.

In una società che ha polverizzato il significato del vestire, ciascuno di noi deve recuperarlo individualmente a partire dal fatto che il vestito è comunicazione.

Comunicare è importante sia per sè stessi, per esprimere la propria interiorità, sia per rispetto verso gli altri.

“Mi vesto come mi pare” rivendica il disprezzo verso la funzione comunicativa del vestito. Me ne frego di quello che tu puoi pensare di me.

In una società intrinsecamente violenta e barbara, la cosa fila. Ma è anche l’unica cosa da dire quando si parla di stupri?

Insomma: se le donne se ne fregano di quello che il loro abbigliamento comunica, quanti sono gli uomini che interpretano il loro modo di vestirsi come una licenza di stupro?

Ma DAI!!!

Il fatto è talmente paradossale e stupido che viene da arrabbiarsi invece di ragionare. Nessun uomo interpreta l’abbigliamento femminile, per quanto provocante sia, come una licenza di stupro: NESSUNO = 0% = ZERO.

Infatti il 99,99% degli uomini non ha mai stuprato una donna provocato dl suo abbigliamento e anche quell’eventuale 0,001% (???) non è andato in giro a raccontare che aveva stuprato perchè ne aveva ricevuto licenza! Cioè anche quell’eventuale 0,001% (???) sa benissimo che l’abbigliamento non giustifica la violenza.

Ma allora perchè lo slogan? Perchè ripetere “io mi vesto come mi pare”?

La ragione è una sola: la società umana per essere funzionale al capitale deve essere massimamente disgregata, atomizzata, polverizzata, la comunicazione deve essere svuotata di ogni possibile contenuto!

Questo svuotamento si ripercuote ad ogni livello: una donna che prende il sole in topless o senza costume viene accusata di essere volgare, quando la ragione è solo quella di abbronzarsi. Nelle saune in Italia è ridicolo vedere donne con il costume intero: all’estero le prenderebbero a bastonate. Ma tutto ciò fa parte dell’assenza di comunicazione.

Che significato ha una donna con le tette al vento in un ufficio comunale? Che è disponibile per il capoufficio?

Di fatto oggi noi possiamo dire senza tema di smentita che il 99,99% degli uomini non ritiene che l’abbigliamento di una donna giustifichi lo stupro, e nello stesso tempo che il 99,99% delle donne comunica messaggi contraddittori con il proprio modo di vestire.

Poichè delle femministe mi hanno contestato quest’ultima affermazione, direi di progettare un esperimento: due o tre femministe certificate vengano con me munite di carta e penna e ciascuna scriva di ogni donna che indicherò loro: è single o impegnata? ha piacere ad essere abbordata? preferisce gli uomini ricchi o colti o sportivi? è interessata a storie romantiche? è il tipo una botta e via?

Scommettiamo quel che volete: le due o tre femministe non avranno alcun accordo l’una con l’altra, per quanto certificate siano. Perchè l’abbigliamento femminile è del tutto destrutturato ma anche perchè la cultura femminile ha bandito la possibilità di una comunicazione chiara attraverso il vestito, come se comunicare chiaramente e non tenersi invece aperta a qualunque possibilità ed interpretazione sia un delitto di lesa maestà!

L’affermazione “mi vesto come mi pare” è in sintonia con il progetto idealista e individualista del capitalismo occidentale, laddove ciascuno è un’isola che produce e consuma, assume e scarta, e imbastisce relazioni esclusivamente utilitaristiche con il resto del mondo difendendo la propria libertà intesa come “a casa mia faccio quel che voglio io”.

Perchè allora noi del forum della Questione Maschile ci sentiamo di consigliare alle donne di non vestirsi come a loro pare e piace ma in modo coerente con il messaggio che vogliono far capire? Perchè questa è la strada della felicità: non isole ma esseri umani in relazione.


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